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Un punto, tra mille incisi.

L: "..oppure potremmo mandare al diavolo tutto e trasferirci a Berlino, magari iniziando dallo squat lesbofemministatransqueer dell’altra sera"
O: "see. ci vedo proprio:  ‘amore, ho finito la mia crema Roche-Posay per il viso, mi passi la tua Clarins?"
L: "tesoro? mi allunghi lo spray per i piedi prima di andare a letto?"

Risatine. Un po’ amare, in fondo.

Qualcuno sa quanto io ami Berlino. Quello che io stessa non sapevo, prima di questa intensa e bellissima settimana berlinese, è che Berlino forse rappresenta l’occasione persa.
Quello che ti affascina, ti intriga, ma che non puoi avere.
Non potevo averla neanche dieci-quasi-undici anni fa, quando ancora mi ritenevo ggiovane (che berlino è città giovane, indipendentemente dalla tua età anagrafica). Non potevo averla perché dieci-quasi-undici anni fa non volevo scappare proprio da nessuna parte. Ero da poco arrivata a Bologna, fresca di laurea genderqueer (sì, ero avanti). Lavoravo, facevo un lavoro che mi piaceva. Lavoro oggi che sono una "ragazza grande" (cit.). Il lavoro mi piace ancora, trovare un lavoro (ricollocarsi bene) è difficile in un paese di cui parli la lingua madre, figuriamoci in uno in cui fai fatica a leggere fino alla fine le parole troppo lunghe.

Mi rimane la mia evasione, Berlino. Quella cosa bella che però non puoi avere. Perché in fondo non fa per me prendere e andare. A un certo punto ho fatto a Stefania la domanda che mi incuriosiva da tempo: "Ma se uno prende e viene a Berlino cosa fa?". E lei "Un cazzo. Io suono, Tina prende il sussidio, Nicoletta lavora in un bar". Ho chiesto anche alla bella berlinese che ci affittava l’appartamento (che fa più o meno il mio lavoro). "A Berlino non c’è lavoro". Punto.

Una deve anche fare due conti con la realtà. In Berlin vedi un sacco di gente vestita di nero, vedi i ratti portati sulle spalle e baciati in bocca come fossero dei micini. Sono belli i bar, belli i cessi dei bar, bella la gente nei bar. Bella la musica nei bar. Ma mica si va a vivere nei posti per stare nei bar.

Mi sono chiesta (sì, un sacco di domande, in Berlin) "Ma io che a dodici anni ascoltavo il post-punk e ho vissuto l’adolescenza –e la post-adolescenza– in certi contesti alternativi (fatemi usare questa parola fuori moda, via) avrei forse potuto scegliere una via diversa? Continuare a suonare, fare la barista quando capita, non mettere radici, non cercare casa e senso e un po’ di struttura? (fatemi usare anche questa orribile parola. Fa senso a me, eh)"

La mia risposta è stata no. Non sono io. Sono attratta, molto, troppo da certe cose, ma non ne sono parte. Sono una persona interessata, anche interessante (autostima, vieni qui subito e ora, mi servi). Ma la verità è che non vivo ai margini. A volte mi fa tristezza, ma non sempre.

Poi in Berlin ho ballato delle robe imballabili nello squat di cui sopra. Ho visto il mio primo queer porno show e in quell’occasione ho guardato da vicino, a un palmo di naso una cervice ("have you ever seen this before?" "no, not really" "it looks like a gland, you see?" "thank you. thank you very much")
E ok, l’ho fatto a Bruxelles, ma le abbiamo conosciute a Berlin, nel pre-show, che era solo allusivo.

In Berlin abbiamo incontrato una balotta bolognese per uno dei concerti europei raggiungibili dell’ultimo tour dei Lucksmiths (addio, vi amiamo!), ma la balotta bolognese non era berlinese.
E poi i Lucksmiths hanno fatto una versione troppo veloce di Sunlight in a Jar. E’ una delle mie canzoni d’amore, di quelle perfette, tra musica, testo e inscemimento.
Ho provato a stringere Laura, tenerle le mani. La versione era troppo veloce, diciamo.

Questa settimana a Berlino mi ha raccontato delle cose, forse me ne insegna, se riesco per una volta a fare la brava.

Che non potrei andare a Berlino come ha fatto quattro mesi fa Ango, che tra due mesi finisce i soldi della liquidazione milanese.
Che non potrei andare a Bruxelles (che con quello stipendio si vive in due e intanto studio la lingua, poi sì che trovo un lavoro sulle mie competenze. Lì lo trovo, sì, pagato bene).
Ma io voglio restare a vivere a Bruxelles, se finisce?
Sì, lo so. Lo fanno in tanti. In tanti ancora si sposano, volendo.

Che mi sono costruita una vita fatta delle solite piccole cose che ti fanno star bene. Che ho iniziato a farlo dieci (più di dieci) anni fa e io qui non ci sto male. Che sarà una cazzo di vita piccoloborghese, ma mi sento lontana dal piccoloborghese. Che in parte ho desiderato, in parte mi sono fatta il culo, in parte ho avuto fortuna, ma rimango qui, a meno che non arrivi a sentirmi male, qui.

Lì vedremo se mi impicco o prenoto posti in aereo per i gatti. Che ai libri, ai dischi, a quello che ho tirato su in dieci anni ci pensiamo dopo, vero?
I gatti.
Le piante le regalo. Al resto (la mia vita) ci penso dopo.

Che in un paese in cui devo parlare una lingua diversa dalla mia posso anche viverci. Ma finché non parlo quell’altra lingua come parlo la mia non ci vivo davvero. Che io ho bisogno di parlare parlare parlare. Non si direbbe, visto che non sono una chiacchierona. Ma intendo proprio parlare. Che –proprio perché non sono una chiacchierona– non riuscirei neanche a iniziare una relazione con una che parla una lingua che non so parlare come vorrei parlare. Si fa presto a corteggiarsi, ma poi?
Poi esiste gente che non parla neanche in relazione, ma non sono io.

Che le vacanze sono vacanze, che la mia cazzo di vita è qui e ci faccio i conti tutti i giorni. E non sono tutti facili, anzi.
Che le storie finiscono e i conti ce li faccio in un anno, se va bene. Che non rinnovo l’abbonamento a last.fm (per la prima volta in cinque anni), ma magari compro dei coins per la mia Cuki in Pet society.
Che mai mai più mi innamorerò su internet, trovando la persona che più mi corrisponde (le altre parole sono espressioni o figure melense. Mi piace l’dea che Wikipedia restituisca solo termini tecnici. Ci starebbe anche simpatia, se le parole non fossero vive nel linguaggio e prendessero –giustamente– altre direzioni), in quasi venti anni di relazioni. A 1.126km di distanza.

Che non sono ubriaca (ma sono alterata, emotiva, provata). E chiudo questo blog.

E’ un punto. I miei incisi sono io, che non so mettere mai i punti.

Fuori tempo massimo.

Questo post ha quasi una settimana. E quando lo avevo scritto era già vecchio di diversi giorni.
Potrei scrivere ogni giorno, divulgare anch’io. Che sul web ci sto tutti i giorni, leggo anch’io.
Ma non sarebbe il mio blog. E allora riguardo ed edito il post notturno ubriaco salvato quasi una settimana fa. Preferisco così. Fuori tempo massimo. Che era ubriaco si sente, non c’è editing che regga  🙂
Iniziava così:

Tell me once again if everything is what it seems

Le canzoni tristi fanno cisti nell’anima. Succede anche che non siano tristi, ma le senti tali.

In quei giorni io ho cercato di fare un sacco di cose.
Mi sono tatuata. L’ultimo bzzz sulla pelle, piacevole ma doloroso (ma piacevole) quasi non lo ricordavo più. Mi sono tatuata una frase che ora mi dice troppo. E sempre mi dirà.
E’ capitato proprio in quei giorni, il tatuaggio. Mica hai in mano l’agenda del tatuatore. Contattato appena tornata indietro (di nuovo) a Bologna mi ha detto "ho un buco il 29".  Lo volevo subito, ma potevo aspettare anche due settimane. Non scappava via, era già mio. Non avrei cambiato idea. Era proprio mio, ora.
In quei giorni ho fatto chiacchiere e cene. Ho bevuto troppo, preso un taxi di cui non ricordo.
Sono andata a Musica nelle valli.

Io non ci ero mai stata a Musica nelle valli. Non ho la macchina, non ho persone vicine che ci vanno. Non ho mai chiesto "hai un passaggio?" a persone conosciute.
Probabilmente non ci sarei mai andata, ma la Dani mi contatta e mi dice "Mirah mi ha detto che fa due date, 29 e 30 a Firenze e Modena. Io ci vado. Tu?".
Prima di pensare alcunché mi dico "wow". Sapevo che Mirah aveva fatto una data a Milano e mi dispiaceva aver perso la solita data milanese del martedì-mercoledì. A Daniela ho detto "ci sto", subito. 
Poi scopro che si tratta di Musica nelle valli, che non è Modena, che è un viaggio bellissimo (per me che non guido e soprattutto non vivo nella bassa).
Il viaggio è lungo, il grano diventa biondo, la campagna rilassante.

Arrivati là abbiamo fame in tre. In due pensiamo "salsiccia. gnocco fritto. carne. brace". Daniela è vegetariana e guarda il menù. Andrea addenta un panino e neanche ci pensa a sedersi per mangiare.
So solo che l’attesa per mangiare è eterna. E Mirah si materializza lì giusto un po’ prima del gnocco fritto.
A me fa ridere che io abbia mangiato il gnocco fritto di fronte a Mirah.

Io Mirah la amo. Parlava con Daniela e io ascoltavo, addentando salumi vari avvolti nel gnocco fritto. La guardavo come fa una fan, ma mangiavo gnocco fritto, ahimè.
Le ho fatto due domande, musicali. Ho interagito con Mirah due minuti, vi pare poco? Timida nacqui, timida vissi.

Tralascio il concerto di Tara (che io fino a quel momento chiamavo Tara Jane). Mi ha suonato Howl e mi ha incantato ed emozionato, ma è stata piuttosto antipatica, diciamolo.
Di Mirah ho perso il primo brano. E non perché sono una tabagista (sì, lo sono, ma qui non c’entra). C’è che in quella sede, l’indoor dei concerti (Musica nelle valli. Io pensavo: lambrusco, salsiccia, campagna) non si poteva neanche portare una birra dentro. Quindi finito il set di Tara esco a fumare e prendo una birra. Sono neanche a metà che inizia Mirah, dioTizio! Trangugio la birra e rientro.

Il set è breve da democrazia delle valli: si suona mezz’ora, che tu vienga da Portland o da Camposanto. Peccato.
Io faccio uuuuhhh più volte. Mi sento quasi scema, che li ci sono le sedie (che non si possono spostare) e le luci sono un po’ alte.  In quella brevissima mezz’ora mi ha suonato The dogs of Buenos Aires. E il mio pezzo dell’ultimo disco, su cui mi capita di cadere da ascolto in loop, sia a notte fonda che in ufficio.
Sono in loop anche quando non l’ascolto. Me la canto in testa da sola. E se me la canto in testa da sola è perché mi manca. Questo è ciò che taggo loop&fall, di là.

Mirah per me è speciale per qualche motivo. Mi piacciono tante donne con la chitarra, per carità. Mirah mi è speciale, ma non so trovare oggettivamente il motivo.
Un motivo "oggettivo" ce l’ho (l’ho letto da qualche parte, non l’ho pensato da sola): le sue canzoni non hanno mai una trama classica inciso-ritornello-inciso-ritornello. Sono piuttosto complicate. Ma non è questo il mio vero motivo. Mirah per me ha una voce perfetta su canzoni che mi stendono. Mi stendono, punto. Poi non posso (per niente) prescindere dal fatto che lei –quando i suoi testi sono intelligibili in quel senso– parla a me. Parla di relazioni tra donne.
Io so che quando Mirah fa un disco quel disco finisce tra i miei dischi dell’anno. Poi succede che ascolto in loop una canzone, forse due o tre, mai tutto il disco. Ma io i suoi dischi li compro tutti.

Io questa cosa volevo dirla a Mirah. Dopo il concerto ho preso la birra da "ora glielo dico" (timida nacqui, eccetera). Ma quando l’ho ribeccata era con Daniela e parlavano intime di morose e fatti loro. Glielo volevo proprio dire che non sono soltanto l’amica di Daniela. Che il disco a nome Mirah&Spectatrone International è stato quasi il mio disco dell’anno, quell’anno. Che Song of Psyche e Love Song of the Fly mi hanno tirato scema. Che ora mi tira scema The World is Falling. Non lo saprà mai, Mirah.

Quella sera/notte mi sono distratta bene. Volevo farlo ancora, ne avevo bisogno, in quei giorni. volevo farlo il  giorno dopo, vedere le pene dei puri di cuore all’Hana-bi.
Non ce l’ho fatta. Che dalle valli della bassa sono  tornata a casa alle quattro e mezza e il passaggio per l’Hana-bi (grazie Lucio) era nel primissimo pomeriggio, troppo presto per i tempi di ripresa che ho a questa età.
Ho fatto le mie cose nella casa. Ma ci ho pensato tutto il tempo, grattandomi –accarezzando, che mica si può grattare. Se gratti sei una cretina– il tatuaggio.

[Voi del Primavera sound. Finché vedevo le foto dei vari stage (bestemmia a piacere, su tutto quello che non ho visto) andava anche bene. Quando arriva il momento delle foto "il mio primaverasound" vi odio un po’ tutti. Piango, anche, sulle vostre foto barcelonesi]

The wind you say, the storm that came, remember our retreat?
And darker days might come and stay and signal our defeat

Le canzoni tristi mi portano sempre verso lo stesso luogo.

Le Organ sono tornate!

Non è vero.
Nel senso che le Organ per molte di noi erano soprattutto Katie Sketch (sospiro).
Invece oggi scopro che le Organ erano proprio Debora Cohen, la chitarrista, quella che nessuna di noi degnava di uno sguardo, povera.
E però, messo (ehm) l’erotismo da parte rimangono i suoni. Ovvero Lovers Love Haters.
Ascoltare per credere:

Poison – emmepitrè

Recidiva.

Mi sono appena innamorata di un altro barbone triste.
Lewis & ClarkeLight Time (emmepitrè)

I suggerimenti delle persone care.

All’inizio del mese, di fronte al mio totale e inesorabile blocco della lettrice (da febbraio, più o meno, va così: "stasera resto qui a fissare il monitor/muro bianco/whatever, o inizio a leggere un libro?". Muro bianco, whatever.) persona molto cara ha pensato di regalarmi Uomini che odiano le donne. "Non gli puoi resistere, se inizi a leggerlo non ti fermi più, vedrai", mi diceva.
Io ho ringraziato per il pensiero, ma non l’ho aperto e ho continuato a passare le serate casalinghe a non fare niente.
Ieri sera mi sentivo pronta (un po’ di blocchi iniziano a sbloccarsi, un po’ di nodi a sciogliersi, sì) e mi son detta "proviamo".
L’ho chiuso dopo 90 pagine, che stamattina dopo il caffè erano già 106.
E ho pensato che la lettura di questo libro ha su di me lo stesso effetto che ha sedermi davanti alla TV a guardare due telefilm su Raidue. Che so, ER + Medical investigation, piuttosto che NCIS + Numbers.
(Ricerca di) relax, (ricerca di) benessere, (ricerca di) testa vuota. Mi seda.
Mica male, di ‘sti tempi.

cough cough.

"Tosse gastrica" fa quasi ridere. O abbassare la testa, di imbarazzo. Non ha la dignità dell’ossimoro, che è davvero poco letteraria (fa schifo). Ma mi fa pensare "Uh?".
Tosse da reflusso gastroesofageo, si chiama. Suona impegnativo, vero? Anche no, visto che me la sono autodiagnosticata (con suggerimento). E’ una tosse brutta e aggressiva. Non è raffreddore, non è bronchite. L’asma viene su come effetto della tosse, mica ne è la causa. Non è allergia, che qui ormai è estate. E neanche soffro così tanto di allergie primaverili. Arriva random, solitamente in ufficio. Non è qui da almeno tre ore. Arriva di notte, ha iniziato timida, dieci giorni fa. Ora non mi fa dormire.

Volevo scrivere su The Phantom Band. Qui non scrivevo più, eppure ne ho avuto voglia. E penso che è un po’ stupido scrivere su The Phantom Band, quando ho lasciato passare decine di dischi (e qualche concerto) di cui avrei voluto scrivere qui.

The Phantom Band è uno di quei gruppi di cui avevo cercato suoni prima di andare a vedere il concerto dei Metric a Bruxelles. Perché il concerto dei Metric a Bruxelles era in un minifestival. E due giorni prima di partire verso i Metric ho pensato che forse potevo indagare su quei 6-7 nomi sconosciuti. The Phantom Band è uno dei pochi (su quei 6-7) che mi avevano incuriosito. L’unico (di quei 6-7) che alla fine ho visto dal vivo. Fa sempre la differenza, visto che mi sono portata il loro disco a casa.
L’ho fatto perché il concerto mi ha fatto pensare "Tu con la barba sei mio amico". Dopo il concerto ho ascoltato il disco non più di tre-quattro volte dall’inizio alla fine. Ma capita, no?

E’ una tosse brutta che quando la tossisci la gente ti guarda e ti dice "allora?". Che non ti fa dormire la notte. "Tosse gastrica", dice la Franci (facciamo ridere –o preoccupare– in ufficio, con questa tosse assurda in tandem. Poi andiamo a fumare insieme. Proprio perché non è raffreddore, non è allergia, non è bronchite. E’ semplicemente una stronza che ti fa i dispetti dallo stomaco).

The Phantom Band suona come tante cose. Io so che è diventato mio amico perché aveva la barba ed era serio. In alcuni pezzi la sua voce assomigliava troppo ai National. Sono scozzesi, ma sembrano americani (Non significa niente. Amo tanta musica scozzese e tanta musica americana. Ma lo scozzese che mi sembra americano mi spiazza). I loro brani hanno una struttura che non è affatto semplice. Non è ammiccante, soprattutto. Segue vie complesse. Là in giro ho letto "kraut", che conosco poco (qualche ascolto ai Neu!, meno ai Can. Electrelane hanno plagiato i Neu!, lo so. La mia conoscenza del kraut –qualunque cosa significhi– finisce qui. Flagellatemi pure). Europeo, comunque. Anche se "europeo" non significa proprio un cazzo, è una non-identità.
Dal vivo le cavalcate –anche un po’ "virtuose", per me che ho gusti semplici– ti lasciano a bocca aperta. Ma al contempo scuoti la testa, sennò che gusto c’è.

Qesto è il pezzo (il video) che promuovono. Non il mio preferito.

http://www.muzu.tv/player/getPlayer/PHWrLCpYvI/0/0/n/n/0/0
Questi i miei preferiti, tra quelli che trovo:

Folk Song Oblivion (video finto su y*utube. La canzone da ascoltare, insomma)
Crocodile (streaming)

Si verifica quando una parte del materiale acido risalito dallo stomaco entra nelle vie respiratorie e le infiamma.

Fanatismi

E insomma, l’ho fatto di nuovo. Ho preso un aereo e sono andata a vedere un concerto. In realtà era un minifestival, anche se quando –poco più di un mese fa– ho visto il loro nome in tour europeo, dopo aver maledetto il solito dio della poca musica che gira in tour in Italia e aver letto "Bruxelles" tra le città baciate dal loro tour europeo, non ho esitato un attimo e ho comprato il solito costoso biglietto aereo.

Sono anni che aspetto l’occasione di vedere i Metric dal vivo. ‘Sto giro dovevo farlo.
Il giorno dopo, in fase di blateramenti e mancanze di senso e di perché vari, chiedevo alla mia interlocutrice e compagna di tante cose&tanto tutto se non fosse un po’ infantile rimanere così legata a, soggiogata da, innamorata da e della musica, alla mia bella età. Chiedevo "Finirà mai? Arriverà mica un’età in cui ti senti davvero stupida a investire così tanto –passioni, sentimenti, le emozioni, troppe– sulla musica?". Blateravo e (mi) chiedevo "Forse succede perché non mi sposo e non metto su famiglia, bambini, struttura. Forse è questo che mi tiene qui".
Ma non credo proprio. Perchè sono adulta e adulta mi ci sento, da adulta vivo. E’ una ricchezza e una fortuna, la mia.
Prendere un aereo per andare a vedere un concerto è una cosa meravigliosa. Ha a che fare con la parola "vita". Punto.

Il mini festival al Botanique è gradevole. Parlo del posto, le location, l’outdoor, molto godibile in giornata piuttosto assolata (rara) bruxellese. Tre palchi, vari nomi. Siamo lì per i Metric, al resto ci pensiamo tra una birra e una sigaretta da fumare fuori. Poi forse scriverò del mio nuovo amico barbone, bella sorpresa. Forse.
Ma ora parlo (poco) dei Metric. Più che scriverne poco ne scriverò con poco senno, per il semplice fatto che sono una fanatica e il mio punto di vista sul concerto vale niente.

Elenco prima le cose che non sono andate bene, no no no.

1. Avere lì di fianco una persona che vuole fumare l’ultima sigaretta ("E allora anche un’altra!", dico io) lì fuori dal tendone, tenendo d’occhio la gente che va ad occupare le prime file, perché "tanto manca mezz’ora". "Sì, e poi non mi è mai successo di non arrivare lì davanti qui a Bruxelles. Stanno tutti larghi larghi. Io faccio l’italiana, spingo, ti tiro dietro e me ne frego!". Questa persona la chiamo anima gemella (anche) perché siamo così kretine tutt’e due, in queste occasioni.
Morale della favola (che il punto no no no non è certo la compagna): rimaniamo in terza fila, un po’ di lato e non c’è modo di spingere. Lì davanti saranno soprattutto nordamericani, dico.

2. Volevo stare in prima fila per spiare le mutande di Emily Haines. E’ uno scherzo, una cosa su cui scherziamo da tempo. Però diobono, non era in minigonna!

3. Non avendo mai pensato –da quando ho comprato quel biglietto aereo– che si trattava di un minifestival non ho mai considerato l’idea che non facessero dal vivo *tutti* i pezzi che amo. Hanno fatto un set piuttosto breve e promozionale per Fantasies. Tre (solo TRE!!) pezzi vecchi. E va bene, mi hanno fatto una Dead Disco da paura, quasi alla fine del concerto. Ma Combat Baby? Wet Blanket? The List? Hustle Rose? Too Little Too Late? Aaaargh. Niente. Solo Dead Disco, Empty e Monster Hospital. E su un set incentrato sull’ultimo disco non hanno fatto la mia canzone speciale dell’ultimo disco. Cattivi.

4. Hanno iniziato mosci mosci. Sui primi pezzi pensavo "Uh. Tutto qui?". Poi è cresciuto, piano piano e inesorabile. E ho saltato e cantato come una cinna. Penso di aver perso la voce su Gimme Sympathy.

5. Non farò più foto ai concerti. Non sono proprio più capace (terza fila a parte). Belle foto sono qui.

La cosa sì sì sì: lì davanti, con gli occhi fissi su Emily Haines ho capito chi e cosa è Emily Haines.
E’ la Madonna. Non Madonna, quella là. E’ proprio LA Madonna. Una presenza che sta là, può fare o non fare (ma meglio se sta là, di fronte a te, e fa le sue cose fatte bene) e io posso solo pensare "Ti adoro. Sei bellissima. Portami via. Asciuga le mie lacrime. Cantami la ninna nanna. Stringimi forte. Salvami la vita". Emily Haines ha un naso bellissimo. Emily Haines ha una pronuncia perfetta, soprattutto quando canta le elle. Emily Haines  ti è amica. Ti stende pure il bucato. Ti consegna la pizza a domicilio.

Lo confermo: sono una donna adulta.

Su youtube si trova poco e di brutta qualità. Qui comunque avevano smesso di essere mosci:

 

Can you hear my heart beating like a hammer?

Fantasies, dicevamo.
A dire il vero qui non dicevamo proprio niente, ma Fantasies nella mia testa era il terzo oggetto dei tre post musicali che avevo in mente, quando ho scritto gli altri due.
Poi ho dovuto abbandonarli per un po’, i Metric.
Poi mi sono sentita quasi pronta a riprenderli.
Poi ho visto il commento nel post precedente.
E allora.

Fantasies è il nuovo disco dei Metric. E sì, vabbè, lo sappiamo tutti.
Ma io intendo proprio quello che ho scritto.
Il nuovo disco dei Metric è un nuovo disco dei Metric. Sono stata più chiara? No.

Riporto una cosa illuminante letta qualche tempo fa su MBV:

Fantasies boasts some of Metric’s very best choruses and some killer catchy tunes, but it’s not the game-changer they’d probably have to deliver to really turn me around completely. But that’s alright because it’s obvious that many, many people love them just the way they are and "just another Metric record" is probably synonymous with, "best thing in the world". [>]

Non sono il tipo di persona da dichiarazioni assolute del tipo "best thing in the world". Mai, su niente. Però mi riconosco abbastanza nella figura di fanatica dei Metric.

Dico fanatica perché la prima volta che li ho ascoltati (anni anni anni fa) mi sono scivolati addosso e li ho liquidati come pop. Troppo leggero, dicevo. Canzoncine.
Poi i Metric non sono cambiati, ma io ho iniziato a trovare quel (power. super-power) pop irresistibile.

Così Fantasies altro non è che il nuovo disco dei Metric.
Solo che anche questo disco dei Metric contiene il pezzo-killer. Quello che ascolti venti volte di seguito e ti fa venire i brividi, o ti commuove, o ti fa tremare lo stomaco –col suo bagaglio non richiesto, quel parassita di cinque chili, che ospito da un po’ di ospitalità coatta– su "I was the one with the world at my feet". E in scooter inserisci il pilota automatico mentre canti, all’infinito,
"What it is and where it stops nobody knows – You gave me a life I never chose".

Poi ha i pezzi killer da un punto di vista meno emozionale. Che hanno effetti sul corpo, comunque. Numero di battiti, pulsazioni, giramenti di testa. Quelli che sono tutti potenziali singoli (Help, I’m aliveGimme Sympathy – Gold Guns Girls).

La fanatica dei Metric è sostanzialmente fanatica di Emily Haines, questo lo sappiamo tutti. Una donna enorme in un corpo mini mini. Una voce perfetta per quel (power)pop. Un’energia, una spinta, una vera e propria forza vitale. Il tipo di carica che fa per me.
Mi schiaffeggia, Emily. Mi spintona. Ma non è mica cattiva. Mi è amica, eccome.

I testi, infine. Io non li ho mai davvero capiti i testi dei Metric.
Mi interessa? No, finché posso prendere i pezzi e rimescolarli come mi pare ed interpretarli come mi pare, secondo il mio sentire, il mio momento, facendo anche cut-up creativi. Emily scrive anche per me, per forza. Non può non farlo. Me la rigiro come voglio.

All the gold and the guns and the girls couldn’t get you off
We’re so close to something better left unknown
I’m higher than high, lower than deep, I’m doing it wrong and singing along
Did I ask you for attention when affection is what I need
Tonight your ghost will ask my ghost Where is the love?

There’s no glitter in the gutter

I’m sick, you’re tired, let’s dance
Can you hear my heart beating like a hammer?

Il mio contributo al(le parole sul) record store day

Stasera ho fatto la iena. O almeno ci ho provato.
Che Nannucci avrebbe chiuso lo sapevo da quando si sa. La mia prima domanda, quando si sapeva, è stata "fanno svendita?"
La chiusura di un negozio di dischi mi fa dispiacere, che lo dico a fare. So che da Nannucci non ci ho speso così tante ore, né soldi. Prezzi medio-alti, negozio medio-grande. Non era esattamente il mio negozio. Ci ho comprato pochi dischi, in dieci anni di vita bolognese.
Negli ultimi anni (pre paypal) mi è capitato di andarci per regalare un disco. L’ho pagato 22 euro. La mia edizione deluxe l’avevo pagata non più di 16 comprese spese e deluxaggini, da uk o us, non me lo ricordo più.
Negli ultimi anni avevano messo su un espositore (piccolo. piccolo) indie. Ogni tanto ci passavo, ma il prezzo più abbordabile era 17euroe90. In media si viaggiava sui 19.90.
Lunedì la Franci, uscendo dall’ufficio mi chiede "che disco dovrei davvero avere/comprare?". E io, dopo aver fatto "mm  … ?" le dico, senza chiedere spiegazioni "Boh. Uno solo? Boh. Uno di Elliott Smith?". Aveva già messo la giacca, altrimenti avrei approfondito e avrei scelto, più assennata.
Martedì la Franci mi dice "ieri ho comprato sei cd". E io le chiedo –non so in quale ordine– "quali? come mai?"
Scopro così che Nannucci chiude definitivamente venerdì e che ha messo tutto al 40% di sconto.
Ci vado subito, penso. Ma devo tornare a casa a lavorare.  Rimando a oggi.
Oggi Luca (altro collega) mi dice "sugli scaffali è rimasta solo Nilla Pizzi". Con la Franci di musica ci parlo e un po’ condividiamo (il folkettume e le femmine lagnose, soprattutto). Luca non l’ho mai sentito parlare di musica. Avrei dovuto capirlo in quel momento.
Ci vado lo stesso. Penso che la musica che ascolto io –quella che posso trovare da Nannucci– mica la cercano tutti. Poi stasera da Nannucci ho visto e capito. Ho visto gli scaffali vuoti e la gente in fila alla cassa, con pile di cd o dvd. Ho incontrato anche Iuppa, il collega che non vedo quasi mai, ma che frequento regolarmente. Ci lavoro. Al telefono, su Skype, da remoto,via VM (ah, la tecnologia!). Colpa sua se ho iniziato ad ascoltare Dente e se non mi tolgo dalla testa "Buon appetito". Anche se ho smesso di ascoltarla subito dopo che.
Prrrrrrrrr. Pernacchia liberatoria.
Dicevo. Lo scaffale indie era quasi vuoto. Ho afferrato un disco (19.90, diceva il prezzo nannucciano). Wye Oak. Mi ricordo come suona? No. So che mi era piaciuto. La copertina è bella. Che vuoi di più da un disco? Aprirlo, certo. Domani mi riascolto gli mp3.
Poi ho fatto tutto il "pop-rock" e alla fine mi sono ritrovata con sette dischi in mano. Ho fatto due conti veloci, per eccesso. 20×7=140. Meno 40% fa.. Un po’ meno di 100. Posso spendere 100 euro in cd adesso? Su cd che avrei preso a 5-7 euro (non a 12)? No. E’ un grande NO.
A me che di musica vivo fa male quando un negozio di dischi chiude. Ma da Nannucci ci sono andata a fare la iena. E ho capito che ci sono andati in tanti (come me, appassionati) quando ho visto le etichette segnaposto –tutte vuote– sui nomi di cui avrei volentieri comprato dischi che mi mancano.
Aggiungo che di un paio di dischi che ho preso in mano ho pensato "Mmm. ce l’ho già?". Ne ho mollato giù uno, mentre riarrotolavo i ricordi.
Arrivata a casa ho guardato tra i miei cd, dove avrebbe potuto forse essere quello che ho tenuto.
Non c’era. Oh yeah.
Per me il cd è diventato feticcio (e sostegno e passione) da un bel po’.
Non è più la cosa da un po’.

Sui dischi, i negozi, la crisi, eccetera (con i commenti, eh):

Colas
Inkiostro