Un punto, tra mille incisi.
L: "..oppure potremmo mandare al diavolo tutto e trasferirci a Berlino, magari iniziando dallo squat lesbofemministatransqueer dell’altra sera"
O: "see. ci vedo proprio: ‘amore, ho finito la mia crema Roche-Posay per il viso, mi passi la tua Clarins?"
L: "tesoro? mi allunghi lo spray per i piedi prima di andare a letto?"
Risatine. Un po’ amare, in fondo.
Qualcuno sa quanto io ami Berlino. Quello che io stessa non sapevo, prima di questa intensa e bellissima settimana berlinese, è che Berlino forse rappresenta l’occasione persa.
Quello che ti affascina, ti intriga, ma che non puoi avere.
Non potevo averla neanche dieci-quasi-undici anni fa, quando ancora mi ritenevo ggiovane (che berlino è città giovane, indipendentemente dalla tua età anagrafica). Non potevo averla perché dieci-quasi-undici anni fa non volevo scappare proprio da nessuna parte. Ero da poco arrivata a Bologna, fresca di laurea genderqueer (sì, ero avanti). Lavoravo, facevo un lavoro che mi piaceva. Lavoro oggi che sono una "ragazza grande" (cit.). Il lavoro mi piace ancora, trovare un lavoro (ricollocarsi bene) è difficile in un paese di cui parli la lingua madre, figuriamoci in uno in cui fai fatica a leggere fino alla fine le parole troppo lunghe.
Mi rimane la mia evasione, Berlino. Quella cosa bella che però non puoi avere. Perché in fondo non fa per me prendere e andare. A un certo punto ho fatto a Stefania la domanda che mi incuriosiva da tempo: "Ma se uno prende e viene a Berlino cosa fa?". E lei "Un cazzo. Io suono, Tina prende il sussidio, Nicoletta lavora in un bar". Ho chiesto anche alla bella berlinese che ci affittava l’appartamento (che fa più o meno il mio lavoro). "A Berlino non c’è lavoro". Punto.
Una deve anche fare due conti con la realtà. In Berlin vedi un sacco di gente vestita di nero, vedi i ratti portati sulle spalle e baciati in bocca come fossero dei micini. Sono belli i bar, belli i cessi dei bar, bella la gente nei bar. Bella la musica nei bar. Ma mica si va a vivere nei posti per stare nei bar.
Mi sono chiesta (sì, un sacco di domande, in Berlin) "Ma io che a dodici anni ascoltavo il post-punk e ho vissuto l’adolescenza –e la post-adolescenza– in certi contesti alternativi (fatemi usare questa parola fuori moda, via) avrei forse potuto scegliere una via diversa? Continuare a suonare, fare la barista quando capita, non mettere radici, non cercare casa e senso e un po’ di struttura? (fatemi usare anche questa orribile parola. Fa senso a me, eh)"
La mia risposta è stata no. Non sono io. Sono attratta, molto, troppo da certe cose, ma non ne sono parte. Sono una persona interessata, anche interessante (autostima, vieni qui subito e ora, mi servi). Ma la verità è che non vivo ai margini. A volte mi fa tristezza, ma non sempre.
Poi in Berlin ho ballato delle robe imballabili nello squat di cui sopra. Ho visto il mio primo queer porno show e in quell’occasione ho guardato da vicino, a un palmo di naso una cervice ("have you ever seen this before?" "no, not really" "it looks like a gland, you see?" "thank you. thank you very much")
E ok, l’ho fatto a Bruxelles, ma le abbiamo conosciute a Berlin, nel pre-show, che era solo allusivo.
In Berlin abbiamo incontrato una balotta bolognese per uno dei concerti europei raggiungibili dell’ultimo tour dei Lucksmiths (addio, vi amiamo!), ma la balotta bolognese non era berlinese.
E poi i Lucksmiths hanno fatto una versione troppo veloce di Sunlight in a Jar. E’ una delle mie canzoni d’amore, di quelle perfette, tra musica, testo e inscemimento.
Ho provato a stringere Laura, tenerle le mani. La versione era troppo veloce, diciamo.
Questa settimana a Berlino mi ha raccontato delle cose, forse me ne insegna, se riesco per una volta a fare la brava.
Che non potrei andare a Berlino come ha fatto quattro mesi fa Ango, che tra due mesi finisce i soldi della liquidazione milanese.
Che non potrei andare a Bruxelles (che con quello stipendio si vive in due e intanto studio la lingua, poi sì che trovo un lavoro sulle mie competenze. Lì lo trovo, sì, pagato bene).
Ma io voglio restare a vivere a Bruxelles, se finisce?
Sì, lo so. Lo fanno in tanti. In tanti ancora si sposano, volendo.
Che mi sono costruita una vita fatta delle solite piccole cose che ti fanno star bene. Che ho iniziato a farlo dieci (più di dieci) anni fa e io qui non ci sto male. Che sarà una cazzo di vita piccoloborghese, ma mi sento lontana dal piccoloborghese. Che in parte ho desiderato, in parte mi sono fatta il culo, in parte ho avuto fortuna, ma rimango qui, a meno che non arrivi a sentirmi male, qui.
Lì vedremo se mi impicco o prenoto posti in aereo per i gatti. Che ai libri, ai dischi, a quello che ho tirato su in dieci anni ci pensiamo dopo, vero?
I gatti.
Le piante le regalo. Al resto (la mia vita) ci penso dopo.
Che in un paese in cui devo parlare una lingua diversa dalla mia posso anche viverci. Ma finché non parlo quell’altra lingua come parlo la mia non ci vivo davvero. Che io ho bisogno di parlare parlare parlare. Non si direbbe, visto che non sono una chiacchierona. Ma intendo proprio parlare. Che –proprio perché non sono una chiacchierona– non riuscirei neanche a iniziare una relazione con una che parla una lingua che non so parlare come vorrei parlare. Si fa presto a corteggiarsi, ma poi?
Poi esiste gente che non parla neanche in relazione, ma non sono io.
Che le vacanze sono vacanze, che la mia cazzo di vita è qui e ci faccio i conti tutti i giorni. E non sono tutti facili, anzi.
Che le storie finiscono e i conti ce li faccio in un anno, se va bene. Che non rinnovo l’abbonamento a last.fm (per la prima volta in cinque anni), ma magari compro dei coins per la mia Cuki in Pet society.
Che mai mai più mi innamorerò su internet, trovando la persona che più mi corrisponde (le altre parole sono espressioni o figure melense. Mi piace l’dea che Wikipedia restituisca solo termini tecnici. Ci starebbe anche simpatia, se le parole non fossero vive nel linguaggio e prendessero –giustamente– altre direzioni), in quasi venti anni di relazioni. A 1.126km di distanza.
Che non sono ubriaca (ma sono alterata, emotiva, provata). E chiudo questo blog.
E’ un punto. I miei incisi sono io, che non so mettere mai i punti.